Stavoli di Moggio

scritto da davide cibic
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Testo: Stavoli di Moggio
di davide cibic

E’ un luogo perduto, inabitato. E’ un luogo celato dalle trame del tempo, che, quando scorre, rende tutto così diverso e uguale.

E’ un borghetto di montagna abbandonato. Chissà il motivo dell’abbandono? E’ l’uomo ad averlo congedato o è la montagna ad esserselo ripreso?

Non è nemmeno l’unico, dicono. Vi è un anello indossato dai boschi di Moggio, che evoca altri luoghi rifuggiti, quali Moggessa di Qua e Moggessa di Là.

Noi invece si va a Stavoli. Pare vi sia in corso una manifestazione per ridar fiato a questo favoloso sito: eventi, note musicali, percorsi spirituali, profumi e sorrisi mangerecci.

L’iniziativa si direbbe gettonata e in effetti vi è più di un camminatore che sale spedito dalla stazione di partenza di Campiolo. A me affascina l’idea d’iniziare l’escursione avvolto dal rombo della vicinissima autostrada, salvo poi avvertire che questo si defila, sfoca e degrada fino a divenire un’eco malsana, e infine, superata una certa impercettibile soglia, non cartografata né segnalata, ecco apparire prepotente il silenzio, quello suonato dai rami e dalle foglie, che al più ammette il calpestio dei nostri scarponi. E’ come entrare in un altro mondo e si penetra nell’entroterra moggese con la stessa facilità con cui l’esploratore avanzerebbe in una terra di fiori e leccornie.

La modesta salita è quasi al capolinea e d’improvviso si scende a precipizio con sentierino ben allestito nel bosco. Ad attenderci il torrente Glagnò, che scava la valle con eleganza sopraffina e che è talmente ospitale da indicarci ai suoi margini la traccia che seguiteremo a percorrere. E’ una stradina fresca e puntellata di piante fiumane. La calchiamo con rinnovata energia, favoriti dalla lieve pendenza, finché non c’imbattiamo in un masso decorato da una poesia: è una dedica al torrente e alle sue acque smeraldine, che incantano sia il cielo che la terra.

Il Glagnò corre sinuoso, ben ristorato nel suo letto. Nel passeggio sbocciano piccole piscine e catini d’acqua. Sono occhi lucidi che guardano verso il cielo, quasi a reclamarne le attenzioni. La teca più bella è quella che riposa all’ombra di un gigantesco masso: pare un dipinto appena completato. Là vi sono le acque più fresche, tant’è che vi pernotteremo al nostro rientro per lenire la calura del pomeriggio.

Sembra strano dover glissare su quelle meraviglie, ma la nostra meta non è qui.

Avanziamo quindi, fino ad un ponticello inespressivo, atto a guadare il torrente. Qualche camminatore si attarda sulle spiaggette di ciottoli: non v’è prescia a proseguir, ci dicono.

Al contrario noi si sale. La via si fa irta. Si arrampica nel bosco, poi esce allo scoperto su un fondo chiaro di terriccio e rocce. Il sole c’indica la via, un po’ giochicchiando tra le velature, e il nostro sforzo è più gravoso al cospetto dei suoi raggi. Dunque si rientra nel bosco, a zigzag, nella speme di un approdo che non arriva.

In verità l’ascesa è un po’ tediosa, in un incedere regolare di diagonali di muschio e radici, almeno finché non si apre singolar tenzone con la montagna: noi che si cerca di aggirarla per eludere il bosco, lei che resiste e trama per ricacciarci giù verso le zone mediane del sentiero.

Va da sé, il contenzioso si placa in un ansito, non appena si giunge ad una sorta di selletta, là dove si apre la visuale sui borghi concorrenti, Moggessa di Qua e Moggessa di Là. Vi spiccano costruzioni bianche che a fatica si fanno largo nella vegetazione. Al di sopra, a mo’ di benevolo padrone, sta il Cimadors dalla massiccia postura.

I borghi paiono così vicini, quasi da sfiorar con un dito, epperò stanno dall’altra parte della valle scavata dal Glagnò. Il taglio è sottile e pare precipitare per parecchi metri in una ridda di arbusti e alberi atticciati. L’idea di scendere abbasso per poi risalire verso le due Moggesse mi balena forse per caso. La taccio per non osare troppo e in ogni caso andrà appurata all’arrivo a Stavoli, da dove si diramano i sentieri che ora non si vedono.

Proseguiamo danzando su una serie di svolte che si arrampicano clementi. E’ l’ultimo ardire, perché tosto si sbocca sulla piana di Stavoli. La piana è un alpeggio sorprendentemente esteso, tale che pare di essere a quota ben più elevata. Il congedo dal bosco è riservato al signor Grant, la figura santa incisa in un albero liminare, il cui nome sbadatamente pronuncio con accento anglosassone.

Il verde intenso del pianoro culla e folgora i nostri occhi appagati. E’ talmente vivido che pare osservato quasi con sarcasmo dalle cime innevate del Plauris, che se ne sta alle nostre spalle, verso la Val Resia, a considerare le nostre vicende. Il sentierino ben tracciato e ormai pianeggiante ci conduce alle prime case del borgo di Stavoli.

Vi sono dei capannelli festosi e una casetta per rifocillarci. L’aria è gaia nella chiaria di un cielo mai così terso.

Da subito scopriamo l’edificio della vecchia scuola elementare. E’ abbandonato e ricorda di un passato in cui il borgo bastava a se stesso. Poi adocchiamo l’accesso all’intrico di vicoli. Non è così scontato penetrarvi: perché mai dovremmo turbare la fragilità di un altro tempo? In verità i promotori dell’evento ci esortano a tentare, e noi c’incamminiamo, quasi a fior di labbra.

I nostri passi si posano cauti sulle viuzze di pietre incastonate. Scopriamo case abitate e qualche negozio che procaccia prodotti genuini. Il borgo si chiude a riccio quando noi passiamo, quasi volesse inghiottirci e tenerci con sé, e la luce del sole fa fatica a distendersi su facciate e muretti di pietra. Chi lo sa, forse una sorta di ritrosia, un timore a violare i segreti del borgo. Ma in cambio i raggi si scatenano sui monticcioli antistanti, il Lavaron e il Forcella innanzi tutto, e sulla nitida cupola dei loro boschi, che mal sopportano il confine loro imposto dall’infinito azzurro.

Poi lo sguardo spazia verso ponente, ad agognar la teribile Mariane. Un villeggiante ci racconta delle tracce aperte dai cacciatori, che da Stavoli risalgono il crinale e si dirigono verso la cima. Non sempre le vie sono tangibili, né praticabili. Qualcuno le perde, qualcuno si perde. In fondo ciascuno ha la propria via, che non è la stessa degli altri.

Il viluppo di vicoli è più esteso del previsto. Una scopa di saggina e il suo fiocco viola fanno bella mostra di sé in un canto. Poi alcune note di chitarra prendono ad aleggiare tra le ombre del borgo. Sanno di atmosfere tristi e si alternano al vociare di chi prepara da mangiare, che è invece ben più squillante e caloroso. Seduto su un gradino di roccia sta il menestrello, che favoleggia nel suo mondo di armonie minori e non si cura di alcuni bambini che corrono verso il grande faggio.

Questa è una pianta dalle maiuscole branche: ve n’è almeno quattro che svettano sigillando il tratto ultimo del borgo di Stavoli. Oltre, il sentiero si rituffa nel bosco proponendo un piacevole saliscendi. Scorgo la mappa: ce n’è da camminare prima di sbucare ad Illegio, il primo favoloso scrigno dei monti della Carnia.

Noi si opta invece per il dietro front. Certo, è difficile andarsene da Stavoli; alcune persone si avvicinano, sono coloro che di regola vi stazionano nei mesi più caldi e che ora gradirebbero condividere con noi storie, leggende e trame di creature irreali. E a seguire i resoconti dei tempi andati, della fatica e del sudore versato per domare la montagna.

Non vediamo la cima de la Mariane, ma il suo fascino ci contagia e vorremmo rimanere nel borgo a sentirne i racconti. Tocca tuttavia defilarci e man mano che sfiliamo verso il pianoro nuova gente si mostra. Questa è una sentenza: diversamente da quanto si credeva, il borgo è tutt’altro che disabitato.

Lo sa anche l’uomo barbuto, che compare sull’erba della piana, quasi a volerci indicar la via del rientro. L’uomo è scolpito nel legno e a ben vedere non guarda i boschi che si ridisegnano in basso; in verità non guarda nulla perché i suoi occhi sono coperti dalla tesa del cappuccio. Il suo volto massiccio sembrerebbe rivolto verso Moggessa di qua e Moggessa di là. E’ lievemente scostato dal Plauris, che in ogni caso non potrebbe vedere. Chi lo sa, può darsi egli sia stato impudente, deve aver voluto fissare il gigante, cosa oltremodo proibita, e qualcuno deve avergli abbassato il cappuccio. E ora se ne sta così, cieco e galeotto, a farsi guardare dai passanti che solleticano i suoi peli ispidi.

Passanti che, come noi, tardano a lasciare la piana verde, quasi qualcosa intendesse trattenerci, non per burla o per dispetto ma per preservarci dalle cose meste. Il motivo purtuttavia potrebbe essere un altro, e cioè la sagoma del Sernio che s’innalza sopra un crinale erboso che guarda verso nord. Fin qui non avevo notato il volto trapezoidale del Monte Sernio, forse una mera distrazione, o forse perché sulla sommità di quel crinale se ne palesa solo il vertice.

Pare di rimanere sospesi sul pianoro; è una strana sensazione in effetti, come di colui che sta nel centro dell’universo ad osservar la rotazione delle galassie. Noi siamo molto meno, o forse di più; è come se noi stessimo qui a servire le tre cime, la Mariane, il Plauris e il Sernio, o almeno a tentare di congiungerle, o di ricongiungerle, dato che in un passato remoto già erano schierate sulla stessa linea.

Vorrei indagare un po’ meglio, consultare le mappe, raffigurare noi stessi nel seno del triangolo composti dai tre colossi, ma vi è qualcosa d’altro per cui vale la pena di non andarsene.

Non lo si nota subito, occorre rovistare nel fogliame del sottobosco che sta al margine del pianoro. E poi appare, il capino azzurro di un delizioso ramarro color verde smeraldo. Se ne sta tra i rametti incrociati al riparo di un piccolo fusto tagliato di netto. Noi siamo immobili frenando a stento l’abbrivio, ma lui lo stesso ha paura. Gli occhietti lucidi, di un nero uniforme, come di un corpo oscuro in una vivida coltre. D’un tratto un balzo fugace e il ramarro si posa sotto l’ombrello di una foglia di edera, ben lieta di ripararne il capino. Ci rivolgiamo di nuovo alla piana di Stavoli: l’accostamento tra il verde del ramarro e quello della piana è solo per fini intenditori.

Poi, ecco comparire il suo cucciolo, una creaturina così piccola da non sembrare nemmeno possibile. La sua lingua vortica ed esplora, ancor più spaventata della nostra ferale presenza. Dunque essa guizza in una nicchia ricavata tra alcune radici. E lì, tra foglie secche e nuovi germogli, attende. 

Per noi invece l’attesa è finita e imbocchiamo la discesa verso il Glagnò, che è pervia e amena. Per un attimo consideriamo il sentiero che si avventura verso i borghi di Moggessa di qua e di là. Non se ne vede bene lo svolgersi: probabilmente serpentina per il bosco prima dell’approdo a precipizio sul Glagnò, salvo poi la risalita ai borghi. Noi svoltiamo invece verso destra e ricalchiamo la via d’andata.

Di lì a poco ci ripresentiamo alle piscine naturali che il Glagnò ha scavato nella valle. Il refrigerio è cosa dovuta e ci spostiamo sui sassi che il ruscello ha posizionati a mo’ di camminamento. Al bivio non risaliamo verso la stradina asfaltata che abbiamo percorsa all’andata. Decidiamo piuttosto di rientrare accompagnando le acque del Glagnò e non siamo soli: altri camminatori lo stanno costeggiando.

Campiolo è vicino ma non vi si giunge senza pagare un prezzo: d’improvviso sopra le nostre teste si palesa un enorme tunnel oscuro incastrato tra i due fianchi della montagna. Ci stropicciamo gli occhi ma non c’è dubbio: è proprio lì, posizionato e avvitato con millimetrica perizia. Più che altro si stenta a credere che mani mastodontiche abbiano potuto usare una tale cura sartoriale.

Ci sono delle scalette per aggirarlo. Le percorriamo appaiati ad altri gitanti, non meno inebetiti di noi. Si approda ad una piattaforma sopraelevata. Da lì la visuale è più generosa ed uno scivolo d’acqua ripiomba verso il greto del torrente. Poi ci spostiamo verso l’altro lato sfilando cautamente appresso il tubo di gomma e catrame. Di nuovo ci fermiamo: in quel frangente le poderose pareti di dolomia sovrastano il torrente Glagnò. Sono blocchi di pietra che si ergono solenni e indisturbati, colonne verticali che rendono misero lo specchio d’acqua che giace sottostante. Nel mirarle, ci accorgiamo che sono lì innalzate per un precipuo motivo, ossia custodire lo stupefacente tunnel conficcato tra i due lati della montagna. E a ben vedere non v’ alcun assenso acché la montagna si reputi unita. I due fianchi amerebbero rimanere distaccati, com’è dalle origini del tempo: che senso avrebbero violare la cinta incisa dal torrente, quel confine che spartisce ruoli e creature? Ma il tubo di catrame è saldo nel suo intento, quasi avesse orrore delle cose separate, quasi fosse il paladino della continuità che tutto muove e parifica.

Senza più indugi ci allontaniamo dal nero innesto e sfochiamo il lamento della montagna.

La via verso Campiolo sarebbe ormai sgombra di altre fatalità, se non fosse per un vialetto alberato che qualcuno deve aver ammannito appositamente per noi. Lo imbocchiamo poco prima della risalita verso le case di Campiolo di sopra. La luce penetra a stento tra le fronde assiepate. Ombra e luminescenza convivono in quel corridoio fatato, coniando armonie e sfumature mai viste prima. Non ci sembra nemmeno di camminare in quel tratto, bensì di zampillare come fossimo una sorgente che di versi e sospiri quel luogo asperge.

Ma è solo apparenza quell’idillio, perché un vento innaturale, quasi maligno, prende a soffiare provenendo dal morbido terriccio.

Poi, repentino è il mutar, come sovente accade nel vagar diuturno: la strana corrente svanisce e il bosco si dirada riaprendosi al sole che irrora.

Il sentiero si rifà lucente ma ciò non ci esenta dal guardar nuovamente verso le sponde del Glagnò, là dove svettano le pareti di dolomia.

 

 

 

 

Stavoli di Moggio testo di davide cibic
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